Speranza di una vita migliore

Ogni giorno oltre 1'500 persone, soprattutto giovani, lasciano il Nepal. Uno di loro è Suraj Ghalan, che vorrebbe lavorare in Arabia Saudita.
TESTO: Susanne Strässle – FOTO / VIDEOS: Patrick Rohr

Ogni giorno oltre 1'500 persone, soprattutto giovani, lasciano il Nepal. Muniti di un contratto di lavoro, partono per qualche anno verso i Paesi del Golfo, la Malesia, la Corea o l’India. Sono determinati e hanno grandi aspettative, ma la maggior parte di loro non sa cosa li aspetta. Non sanno come devono prepararsi affinché la loro partenza non si trasformi in un incubo.

Lunga attesa all’Ufficio passaporti

insieme a centinaia di altre persone, Suraj Ghalan aspetta i suoi documenti all’Ufficio passaporti di Katmandu. Alla fine ce l’ha fatta: questo figlio di contadini di 21 anni ci mostra orgoglioso il nuovo passaporto che ha appena ricevuto. Vuole andare in Arabia Saudita, un vicino gli ha detto che là si guadagna bene. Tutto quello che sa di questo Paese è che non si possono guardare le donne. «E a parte questo? Hai qualche dubbio?». «Quali dubbi?»

Il Nepal decisamente non può offrire abbastanza posti di lavoro alle nuove generazioni. Per questo, più di mezzo milione di nepalesi lascia il Paese ogni anno per lavorare all’estero. Nel 2014, le rimesse inviate in patria dagli emigrati rappresentavano già il 29 % del Prodotto interno lordo del Paese.

Una famiglia su due ne trae beneficio. Grazie a questi soldi, molte famiglie riescono davvero a uscire dalla povertà estrema. Ma i rischi per i migranti sono alti, se non partono preparati.

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Un giorno come tanti presso l’Ufficio passaporti di Katmandu: in centinaia aspettano di ritirare i loro documenti di viaggio. © Helvetas
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Il passaporto permette di lasciare il Paese. © Helvetas
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Suraj Ghalan allo sportello dove vengono rilasciati i nuovi passaporti. © Helvetas
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Fatta! Suraj mostra il suo passaporto fresco di stampa, con cui vuole andare in Arabia Saudita. © Helvetas
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Suraj fa tappa al centro informazioni per una migrazione più sicura proprio di fronte ai cancelli dell’Ufficio passaporti. Questo ufficio di consulenza fa parte di un’iniziativa congiunta con il governo nepalese commissionata a Helvetas dalla DSC e il cui obiettivo è fornire ai migranti una migliore tutela.

I consulenti spiegano a Suraj a cosa deve prestare attenzione nella ricerca di un’agenzia di lavoro seria, quanto sia importante farsi registrare ufficialmente, che otterrà un lavoro molto migliore se può dimostrare di avere una formazione professionale di base e dove può iscriversi per ottenerla.

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Nel centro informazioni, le donne e gli uomini decisi a partire scoprono come possono prepararsi e tutelarsi. © Helvetas
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Manifesti che spiegano quali sono i rischi. © Helvetas
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Un video in stile soap opera mostra cosa fare e cosa non fare come migrante.  © Helvetas
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Formazione contro lo sfruttamento

Nel Balaju Technical Training Center di Katmandu, i giovani che hanno deciso di firmare un contratto di lavoro all’estero ricevono una formazione di base della durata di 30-45 giorni. I corsi sono gratuiti. Solo chi abbandona deve pagare un indennizzo.

Harka Bahadur Sunar, un giovane apprendista elettricista di 20 anni, questa mattina impara a costruire un circuito elettrico. Missione compiuta: la lampadina si accende! Presto partirà per il Qatar. Suo fratello e suo padre sono già là e gli hanno chiesto di raggiungerli.

Raghubar Lal Joshi, l’insegnante di Harka, ha lui stesso una lunga esperienza all’estero, requisito essenziale per questa posizione. Oltre a trasmettere le sue conoscenze professionali, informa gli apprendisti anche su temi come la sicurezza nei cantieri, preparandoli alle condizioni di vita e di lavoro locali. Gli studenti ricevono anche assistenza per la loro candidatura e imparano a conoscere i loro diritti e doveri. 

«Una formazione permette ai giovani di negoziare contratti seri e salari migliori.»

Raghubar Lal Joshi, insegnante di Harka

Sukul Bahadur Kumal (23 anni) ha deciso di intraprendere una formazione per diventare idraulico: «Mio cugino mi ha detto che in Kuwait il lavoro di idraulico è molto richiesto». Sa quanto sia importante una formazione. Una volta terminata, vorrebbe andare a trovare suo cugino con un visto turistico, per trovare lavoro sul posto. Il suo insegnante però gli ha detto che non è una buona idea. Non soltanto è illegale, senza un contratto né una registrazione ufficiale, il giovane sarebbe completamente alla mercé del suo datore di lavoro.

Assistenza legale in caso di difficoltà

Possono andare storte molte cose se la ricerca di lavoro all’estero non è ben preparata e se non ci si tutela. Chiunque trascorra anche solo un paio d’ore nell’ufficio di consulenza legale di «People Forum», un’organizzazione partner di Helvetas, lo sa.

«Mio marito è rimasto bloccato in Qatar. La sua azienda lo ha passato a un’altra, e ora non ha né un lavoro né uno stipendio, ma l’azienda non gli restituisce il passaporto», si lamenta Ranjita Mehta con l’avvocatessa Manju Subedi. Ranjita Mehta è rimasta da sola a occuparsi della figlia piccola e della suocera malata. Si batte per far tornare suo marito a casa.

Molte donne e uomini si presentano all’entrata dell’ufficio di consulenza. Gli avvocati e le avvocatesse ascoltano le storie di ognuno di loro e avviano le procedure necessarie. Proprio lì a fianco c’è l’ufficio reclami ufficiale del governo, dove possono presentare le loro richieste. Nonostante sappia di molte storie finite male, l’avvocatessa Manju Subedi sa anche quanto può ottenere difendendo le persone lese nella lotta contro agenzie di lavoro equivoche, che fanno false promesse o non rispettano i loro impegni e incassano troppi soldi.

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L’avvocatessa Manju Subedi spiega a Ranjita Mehta cosa deve fare per far tornare suo marito dal Qatar. © Helvetas
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Un uomo firma la sua denuncia con l’impronta digitale prima che venga inoltrata alle autorità. © Helvetas
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Rifugio sicuro per le donne che tornano a casa

Particolarmente a rischio sono le donne che emigrano e lavorano all’estero come domestiche. Sono totalmente alla mercé dei loro datori di lavoro. Dato che sempre più donne si trasferiscono all’estero per guadagnare denaro per la famiglia, è importante che anche per loro esistano corsi di formazione che permettano di esercitare un mestiere regolamentato e ufficiale, ad esempio come sarte. Helvetas si occupa anche di questo, ma gli impieghi presso i privati restano la norma.

All’estero, molte donne sono vittime di sfruttamento, violenza o abusi. Per coloro che tornano a casa traumatizzate, senza soldi e non sanno dove andare, l’organizzazione partner Pourakhi offre la sua assistenza. Manju Gurung dirige la Casa delle donne di Katmandu, dove le donne non solo trovano un posto dove stare, ma anche sostegno, assistenza psicologica e calore umano. Qui ci spiega come lavorano:

«Le nostre collaboratrici aspettano in aeroporto, nella hall degli arrivi, cercando con lo sguardo le donne dall’aria sperduta.»

Manju Gurung, direttrice della Casa delle donne di Katmandu

Sunita (nome di fantasia) è una di loro. Vive nella Casa delle donne da due settimane. La sua datrice di lavoro in Kuwait l’ha accusata di avere una relazione con il marito solo perché lui è stato gentile con lei, ci spiega. La sua datrice di lavoro la picchiava e un giorno lei si è ribellata.

Naturalmente è stata subito arrestata. Nei Paesi del Golfo, chi perde il lavoro perde qualsiasi diritto e immediatamente anche il permesso di soggiorno. Ma in prigione alcune delle poliziotte arabe hanno persino preso le sue difese: «Hai ragione, sappiamo come venite trattate».

È rimasta in prigione per mesi, in attesa dell’espulsione, poi Sunita è stata rimpatriata e abbandonata a se stessa. Sunita è psicologicamente provata. Nella Casa delle donne ha trovato tranquillità, sicurezza e assistenza psicologica.

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Nella Casa delle donne Sunita può riprendersi dalla brutta esperienza vissuta in Kuwait. © Helvetas

«Queste donne hanno vissuto esperienze terribili, devono ritrovare se stesse», ci spiega la terapeuta Muna Gautam, lei stessa un tempo impiegata come domestica all’estero. «Noi parliamo con loro, offrendo meditazione, esercizi di rilassamento, terapia del movimento e arteterapia». Inoltre, le donne collaborano, come il resto del team, in cucina e in giardino.

Per Manisha (nome di fantasia) va già meglio. Anche lei in Kuwait è stata vessata dalla sua datrice di lavoro. «Dopo sei mesi hanno smesso di pagarmi lo stipendio. La padrona mi insultava, ha buttato il mio cellulare nell’acqua, mi picchiava». Senza passaporto, né cellulare, né soldi, Manisha è dovuta fuggire in tutta fretta. Una volta tornata in Nepal ha vissuto qualche settimana presso la Casa delle donne, poi è potuta tornare dalla sua famiglia. Ancora oggi ogni tanto fa qualche ora di terapia.

Se le donne qui si sentono protette e sicure, è anche merito di Khet Kumari Ghimire. Si stenta a credere che anche lei 20 anni fa strofinasse pavimenti all’estero. Oggi è agente di sicurezza. Un lavoro inusuale per una donna in Nepal – e una benedizione per la Casa delle donne. Lei vigila che non entri nessuno senza autorizzazione. Ma protegge anche le donne da se stesse: viene chiamata di continuo per impedire che una donna disperata si suicidi. Per lei il suo è molto più di un lavoro, è una vocazione:

«Qui le donne sono al sicuro, le proteggo io!»

Khet Kumari Ghimire, agente di sicurezza della Casa delle donne

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