Orticoltrici urbane in Benin

Scoprite come in Benin la coltivazione di ortaggi biologici ha cambiato in positivo la vita di molte piccole coltivatrici.
TESTO: Katrin Hafner – FOTO / VIDEOS: Flurina Rothenberger

Ogni lunedì Sylvie Sedagonji e Ulriche Hontonnou lasciano la loro casa in città per coltivare verdure biologiche non lontano dalla costa. Anche in Benin sempre più clienti delle città richiedono prodotti sani.

Sul campo a Sèmè-Kpodji 

Sylvie Sedagonji non è più malata. Certo, alle volte è stanca, quando la mattina si sveglia nella sua capanna di argilla, come tutti coloro che devono alzarsi alle sei. Ma i dolori se ne sono andati. Sulla parete esterna striscia una lucertola colorata, grande come una mano; poco lontano canta un gallo. Le foglie di palma si muovono al vento e in lontananza si sente il mare. Presto sarà di nuovo caldo. È un nuovo giorno nel campo a Sèmè-Kpodji, sulla costa del Benin, in Africa occidentale. L’orto di Sylvie si trova su un terreno sabbioso, tutto intorno ci sono campi coltivati e qua e là si vedono delle minuscole capanne. Il cielo tropicale grigio-blu si staglia sopra la terra.

Circa il 90 % dei circa nove milioni di abitanti del Paese dipende direttamente o indirettamente dall’agricoltura; il settore agricolo è composto quasi interamente da piccoli produttori. Ci sono circa 300 contadini come Sylvie vicino a Sèmè-Kpodji che coltivano frutta e verdura per il proprio consumo e per la vendita.

Il campo di Sylvie ricopre un quarto di ettaro e lei ci coltiva «un po’ di tutto»: cavoli, carote, insalata. Infila le sue infradito e si avvicina al pozzo, dove aziona un motore a diesel che pompa l’acqua da nove metri sotto terra e poi, trascinandosi dietro il tubo giallo dell’acqua, annaffia la terra sabbiosa. Ripete questa operazione più volte al giorno, fino a tre ore in tutto. La siccità è la sua più grande nemica.

Malata a causa dei pesticidi

Sylvie, 39 anni, ha conosciuto tempi difficili. Da sei anni coltiva verdure qui per sfamare i suoi due bambini, suo marito - sarto - e se stessa. Si è ammalata gravemente a causa dei pesticidi che utilizzava. Il medico l’ha avvisata dei gravi rischi che correva se non avesse immediatamente interrotto il contatto, tramite la pelle e le vie respiratorie, con i pesticidi e i fertilizzanti.

Grazie a un progetto di Helvetas sull’agricoltura biologica, gestito dall’organizzazione partner «Association pour le Maintien d’une Agriculture Paysanne», ha conosciuto i vantaggi dell’agricoltura biologica. Ha imparato a far crescere frutta e verdura senza usare concimi e pesticidi chimici e a piazzare i suoi prodotti sul mercato locale a un prezzo equo.

«Da quando sono passata al biologico, sto di nuovo bene.»

Sylvie, orticoltrice biologica

Vede la sua famiglia solo il fine settimana; il viaggio da casa ai campi sarebbe troppo lungo da fare tutti i giorni, poiché la sua casa si trova a Cotonou, la capitale del Benin. Così lavora lontana dai figli durante la settimana, dormendo nella sua capanna.

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Durante la settimana Sylvie dorme in una capanna come questa. © Helvetas

Sylvie Sedagonji è una delle 110 contadine e contadini, per la maggior parte cittadini come lei, che coltivano qui verdure biologiche. Le famiglie contadine non utilizzano più sostanze nocive, con effetti positivi sulla loro salute e anche sulla qualità della terra. Producono loro stessi il compost che utilizzano come fertilizzante naturale.

Ma soprattutto traggono profitto da una garanzia di acquisto: due volte alla settimana un trasportatore viene a ritirare la frutta e la verdura che non serve alle famiglie dei contadini e porta i prodotti a Cotonou. La merce è in parte rivenduta in cinque negozi biologici e in parte distribuita in ceste a clienti privati che hanno già fatto l’ordine. I clienti sottoscrivono un abbonamento prepagato e ricevono una quantità fissa di frutta e verdura alla settimana. In questo modo, le famiglie contadine hanno un introito sicuro.

La certificazione locale biologica introdotta nel 2014 ha aiutato a far capire ai consumatori l’importanza di acquistare prodotti biologici. Nel frattempo, il certificato ha acquisito valenza nazionale.

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Carole Midahuen, responsabile marketing dell’organizzazione partner «Association pour le Maintien d’une Agriculture Paysanne». © Helvetas

Ulriche, come su una passerella

È mezzogiorno, il caldo è opprimente. A pochi passi dal campo di Sylvie, Ulriche Hontonnou è seduta su un vecchio sedile di un’auto all’ombra di un albero di papaia e mangia fagioli con cipolla e farina di manioca, che ha cucinato su un fuoco all’aperto. All’interno del suo rifugio fatto di lamiera ondulata c’è un orologio a muro e un poster con delle parole in inglese: «toe», «chest», «shoulder». «Così il mio figlio più piccolo può imparare l’inglese quando viene ad aiutarmi nel campo», dice la contadina.

Oggi lei e i suoi bambini se la cavano bene. Con la vendita dei prodotti biologici ha un’entrata regolare. Uno dei suoi figli frequenta persino la scuola secondaria. A piedi nudi e munita di un annaffiatoio, Ulriche attraversa uno stretto sentiero e passa davanti alle coltivazioni di cetrioli, canna da zucchero, amaranto – il suo prodotto preferito –, insalata e finocchi. Sorridendo, annaffia le piantine a destra e sinistra, come se fosse su una passerella.

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Il poster che Ulriche usa per insegnare l’inglese al figlio, che a volte la accompagna nei campi. © Helvetas
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Appena raccolti: tchayo, una verdura a foglia, e baccelli di moringa dall’orto di Ulriche. © Helvetas
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Pausa all’ombra di un albero di papaia: Ulriche spera che la richiesta dei suoi prodotti bio non cali. © Helvetas
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Ulriche ama il suo orto e i suoi ortaggi. Ed è una combattente. Ha cinque figli e li alleva da sola da 16 anni. Prima di partecipare al corso di formazione da orticoltrice della durata di 14 mesi, come tanti altri vendeva benzina in bottiglie di vetro per la strada di Cotonou. Ora, tutti i giorni prende il bus la mattina presto dal suo quartiere in città per raggiungere, dopo oltre un’ora di viaggio, il suo orto e rientra a casa la sera al calare del sole.

Anche lei coltiva a mano un quarto di ettaro di terra, con grande passione. Il weekend, i suoi figli e suo fratello vengono ad aiutarla. Anche uno dei suoi figli vuole diventare orticoltore, adora lavorare nei campi.«Vede che in questo modo si può guadagnare qualcosa», dice Ulriche.

Compost di letame

Vicino alla capanna di Ulriche Hontonnou è posato un sacco aperto, da cui esce del terriccio marrone. Questo concime bio è l’unica cosa che utilizza per il suo campo. Il sistema di compostaggio, introdotto da Helvetas nel 2013, funziona in modo molto semplice ed efficiente. Si trova a soli cinque minuti a piedi dal campo di Ulriche: una piattaforma in cemento ricoperta da un tetto di paglia, davanti alla quale macera all’aria aperta un misto di paglia ed escrementi di animale.

Il responsabile del compostaggio si procura il materiale al mercato del bestiame che si trova duecento metri più avanti a Sèmè. Si tratta di letame che viene dai Paesi confinanti situati a nord, per l’esattezza dal Niger e dal Burkina Faso, e che viene trasportato in camion fino alla costa per la vendita. I camion si dirigono poi verso nord, dopo aver caricato pesci e altre merci al porto di Cotonou. Dopo una settimana di trasporto, il letame è già in fase di decomposizione.

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Il responsabile del compostaggio prepara il concime bio. © Helvetas
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Il compostaggio viene impiegato negli orti. © Helvetas
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I campi devono essere irrigati nella stagione secca. © Helvetas
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Dopo due mesi all’aria aperta, il responsabile del compostaggio fa passare il letame su una macina metallica: i pezzi più grandi restano sulla griglia per essere ancora macerati all’aria; la massa filtrata viene filtrata una seconda volta e confezionata in sacchi marroni per la vendita. Ogni mese, si produce così una tonnellata di concime bio, che i contadini possono acquistare a un prezzo equo. Ulriche ricopre le piantine di pomodori con foglie di palma. Guarda al futuro con ottimismo.

«Vorrei ancora più pubblicità per i nostri prodotti bio, affinché le vendite possano continuare ad andare così bene.»

Ulriche, orticoltrice biologica

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Ulriche guarda al futuro con ottimismo. © Helvetas

Cinque colleghi sono seduti all’ombra davanti alla capanna di Sylvie. Una libellula vola via, due bambini dei contadini vicini sonnecchiano su delle coperte adagiate a terra. Sylvie annaffia un’ultima volta il suo orto, la brezza marina porta aria più fresca. Ancora quattro notti, poi tornerà a casa a Cotonou, dai suoi figli e da suo marito. Per tornare dopo due giorni nuovamente al suo orto. Sorride. «Va bene così».

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