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Tetti color verde speranza

Due anni dopo il loro arrivo al campo, i rifugiati rohingya stanno tornando a una parvenza di vita quotidiana grazie agli orti verdeggianti. Il loro destino resta però ancora incerto.
TESTO: Patrick Rohr – FOTO / VIDEOS: Patrick Rohr – 18 agosto 2019
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No, non aveva un giardino a casa sua in Myanmar, ci confida Sarah Begum*. "Vivevamo in una casa normale. Mio marito lavorava nei cantieri, io mi occupavo della famiglia. Compravamo le verdure al mercato". Ora è immersa nel verde e con un annaffiatoio in mano bagna le piante  rimuovendo foglie secche qua e là. Sarah Begum sorride timidamente: "Non molto tempo fa, non sapevo nulla di giardinaggio".

*Tutti i nomi dei Rohingyas sono stati cambiati per la protezione della loro privacy.

Un nuovo inizio difficile

Insieme al marito Yousuf e ai loro tre figli, Sarah Begum è una delle oltre 740’000 Rohingya, una minoranza musulmana del Myanmar (prevalentemente buddista) che, in seguito ai terribili massacri, è fuggita nel vicino Bangladesh nell'agosto 2017. La famiglia di Sarah si era dapprima rifugiata in un villaggio vicino al confine, per poi trasferirsi sei mesi dopo nell'entroterra, dove quasi un milione di Rohingya vivono nel più grande campo profughi del mondo.

Su una collinetta, Sarah e suo marito insieme ad altre due famiglie hanno costruito un semplice riparo di steli di bambù e teli di plastica. Appena 20 metri quadrati dove vivono in totale tredici persone: sei adulti e sette bambini. Dentro, il rifugio è stretto e soffocante; all'esterno a mezzogiorno, il termometro indica 35 gradi e l'umidità dell'aria è intorno all'80%.

 

Il calore e l'umidità sono ancora più intensi nel loro piccolo rifugio di fortuna. Ogni movimento è un calvario. Ma Sarah Begum, che si è seduta sul pavimento della sua piccola cucina per tagliare patate, verdure e peperoni con gesti sicuri e veloci, non vuole lamentarsi. Dopo tutto, la sua famiglia ha una casa, dice lei. 
Dopo aver seguito un corso di giardinaggio, tenuto dall'organizzazione partner locale di Helvetas Shushilan**, ha creato il suo orto e ora la sua famiglia mangia in modo molto più sano. "Prima vivevamo come quasi tutti i rifugiati grazie alle razioni di riso, lenticchie e olio che venivano distribuiti. Ma questa alimentazione sempre uguale non ci si addiceva. In Myanmar accompagnavamo sempre il nostro riso con verdure e pesce, che qui all'inizio ci è mancato molto", dice Sarah, spiegando che i suoi figli erano sempre più deboli e spesso malati. Oggi, i bambini stanno meglio, sono sani e hanno di nuovo più energia".

** Dal 2019 il progetto è finanziato anche dalla Catena della Solidarietà e dal Canton Ginevra.

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Sharmin Begum spiega alle donne come coltivare i loro ortaggi. © Helvetas / Patrick Rohr
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Da quando Sarah Begum ha potuto aggiungere più verdure al menu, i suoi due figli sono più sani e in forze rispetto a quando sono arrivati al campo. © Helvetas / Patrick Rohr
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Coltivazione sui tetti

Il corso di giardinaggio che Sarah ha frequentato qualche mese fa si è tenuto a pochi passi dal suo rifugio, nel centro per donne di Shushilan. Lì le donne apprendono anche importanti informazioni sulle norme igieniche e ricevono consulenza in materia di assistenza all'infanzia e di gestione del budget. L'obiettivo principale di questo corso di tre giorni, a cui partecipano circa trenta donne ogni volta, è però anche quello di imparare cosa piantare, dove e in quale periodo dell'anno.  

Oggi, le donne della classe di Sarah si riuniscono per una sessione aggiuntiva. È quasi la stagione delle piogge e è essenziale che sappiano quali piante crescono meglio e quali non sopportano l'umidità. Nel gruppo, l'atmosfera è rilassata. I bambini piccoli giocano a quattro zampe per terra e le donne ridono e scherzano tra loro. Poi Sharmin Begum, collaboratrice e istruttrice di Shushilan, chiede il silenzio. Apre la sessione con una piantina tra le mani e con l'aiuto di alcune illustrazioni appese ad uno stendibiancheria, spiega l'impollinazione delle piante. Le donne ascoltano con attenzione.

"Le classi sono molto apprezzate", dice Sharmin Begum, "le donne sono consapevoli che le verdure che acquistano al mercato sono spesso piene di pesticidi. Coltivano volentieri i propri ortaggi, che sanno essere più freschi e sani. E fanno risparmiare". Al corso le donne ricevono anche semi di diverse piante e fertilizzanti.

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Due anni dopo l'arrivo dei rifugiati rohingya il campo risulta molto più verde.  © Helvetas / Patrick Rohr

Lo spazio nel campo profughi è limitato perché i rifugi sono molto vicini tra loro e Shushilan consiglia di coltivare delle piante rampicanti sui tetti. Il tetto di Sarah Begum è infatti ricoperto di verde, che aiuta anche a rinfrescare un po' l'interno della loro abitazione. Sarah è stata fortunata perché al suo arrivo la piazza di fronte al suo rifugio, situato su un terreno in leggera pendenza, era ancora libera, e pertanto ha potuto piantare altri ortaggi, come peperoni e gombos.

"L'unico problema è che questo terreno non appartiene a Sarah", dice Rajib Rudra, un collaboratore di Shushilan, "nel campo, nessuno possiede la terra, quindi non sappiamo per quanto tempo potrà usufruire del suo giardino". Ma per il momento Sarah apprezza il buon raccolto, che oltre a sfamare la sua famiglia le procura un piccolo reddito aggiuntivo, grazie alla vendita di quasi la metà delle sue verdure al mercato. Guadagna tra i 50 e i 70 takas in un giorno, l'equivalente di 40/60 centesimi. Poiché i Rohingya non possono avere un lavoro permanente, il marito di Sarah lavora come operaio quando riesce a trovare un impiego giornaliero. Il più delle volte trasporta pietre nei cantieri per la costruzione di strade e sentieri in cambio di 300 takas al giorno, ovvero circa 3.50 franchi. Con quello che entrambi guadagnano, possono comprare il pesce di tanto in tanto o delle verdure che non /de/schweiz/was-sie-tun-koennen/dran-bleiben/e-newscrescono nel loro orto.

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«Da quando mangiamo in modo più sano, i miei figli hanno di nuovo più energia.»

Sarah Begum, rifugiata rohingya

Progettare il proprio spazio di vita

Nel campo si sta lentamente creando un certo ordine e una routine quotidiana. I profughi rohingya e le organizzazioni che li sostengono possono finalmente concentrarsi su questioni impossibili da affrontare nel pieno dell’emergenza dopo il loro arrivo in Bangladesh, ma che sono indispensabili per la quotidianità della vita. Tra questi troviamo i temi dell'alimentazione equilibrata, dell'igiene e della sicurezza personale. Nei primi mesi dopo l'esilio di massa, i Rohingya si trovavano a lottare per la loro sopravvivenza, era necessario costruire rifugi e strade, trovare cibo, scavare buchi per recuperare l'acqua. E organizzazioni come Helvetas hanno mobilitato gli sforzi per installare latrine per prevenire l'insorgenza di malattie.

Davanti a una di queste latrine situate in un settore del campo a pochi chilometri dalla famiglia di Sarah, un gruppo di giovani uomini discute animatamente di un oggetto che dondola sopra le loro teste e che ha rappresentato un grande cambiamento per tutti: una lampadina.

La presenza di quella lampadina non è affatto scontata. Nel campo i rifugiati non hanno praticamente nessun accesso all'elettricità. Nel buio della notte è pericoloso andare al bagno o lasciare il prorpio rifugio per altri motivi. In alcune zone del campo delle lampade solari illuminano i percorsi e le piazze. Ma non ci sono abbastanza lampade e quelle presenti vengono continuamente rubate o rotte.
 

Un gruppo di ragazzi ha dunque suggerito di portare una linea elettrica fissa nel campo e di appendervi delle lampadine. Il gruppo è stato formato su iniziativa dell'organizzazione PIN (People In Need) con cui Helvetas collabora. L'organizzazione ceca organizza incontri regolari di ragazze, ragazzi, donne e uomini, per discutere in gruppi su come migliorare la sicurezza nel campo. I gruppi sono divisi per fasce d'età e sesso, in modo che le ragazze e le giovani donne possano parlare liberamente e che la popolazione giovanile possa essere ascoltata. Discutere su come rendere la vita nel campo più sopportabile e come risolvere insieme semplici problematiche dà ai Rohingya l'opportunità di definire parte della loro vita quotidiana. Le iniziative proposte sono poi ricompensate attraverso piccoli contributi di sostegno.

Il gruppo di ragazzi che ha proposto di illuminare le piazze davanti alle latrine ha ricevuto i soldi per acquistare l'attrezzatura. Grazie alle loro capacità di negoziazione, i ragazzi sono stati in grado di tirare un cavo elettrico dall'esterno del campo e installare un sistema di illuminazione semplice, ma efficace. "Siamo orgogliosi di ciò che abbiamo realizzato", dice Mohamad, 18 anni, leader informale del gruppo maschile, mentre mostra al consigliere Rafik i risultati dei loro sforzi.

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Una lampadina, simbolo di un modesto ma importante successo: un gruppo di giovani Rohingya ha reso più sicuro l'accesso ai bagni di notte. © Helvetas / Patrick Rohr
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Il gruppo delle ragazze e delle donne ha costruito scale e percorsi con sacchi di sabbia e tubi di bambù. © Helvetas / Patrick Rohr
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Anche la richiesta del gruppo di uomini andava nella stessa direzione: anche loro hanno scoperto che di notte la vita nel campo presentava troppi pericoli per la sicurezza. "Gli anziani possono inciampare o cadere nelle buche", spiega Alam, il loro portavoce. Gli uomini hanno quindi lavorato per ottenere delle torce elettriche per le 160 famiglie nel loro settore del campo. Il gruppo di donne siè invece focalizzato sul pericoloso accesso alle latrine nei giorni piovosi. Il terreno era irregolare e con la pioggia l'accesso alle latrine diventava pericolosamente scivoloso in pochi minuti. Insieme al gruppo delle ragazze, le donne hanno comprato sacchi di sabbia e aste di legno per costruire scale e sentieri che garantissero la necessaria sicurezza anche in caso di pioggia. Inoltre, durante questi incontri, ragazze e donne hanno imparato a conoscere i loro diritti come ad esempio, il diritto di non sposarsi prima dei 18 anni e il diritto di difendersi e chiedere aiuto per chi vive una situazione di violenza domestica. Queste tematiche vengono discusse anche nei gruppi maschili in modo che ognuno possa contribuire all'interno delle proprie famiglie o del proprio quartiere alla protezione dei più vulnerabili.

Poco a poco, la vita nel più grande campo profughi del mondo si sta quindi normalizzando. Ma l'insicurezza rimane: i Rohingya non possono tornare in Myanmar, anche se il governo afferma il contrario. La paura che qualcosa possa accadere loro è troppo grande, dopo che migliaia di loro cari sono stati torturati, violentati, uccisi e i loro villaggi bruciati. I Rohingya non possono però nemmeno rimanere in Bangladesh, perché il paese, annoverato tra i piùpoveri al mondo, li ha accolti solo temporaneamente. Il destino dei rifugiati rohingya rimane dunque incerto e per questo essi hanno sempre più bisogno di aiuti d'emergenza.

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Non dimentichiamo la popolazione locale

Quando nell'agosto 2017 centinaia di migliaia di Rohingya dal Myanmar sono fuggiti verso lo stretto promontorio a sud-est della città di Cox's Bazar in Bangladesh, non si sono trovati in un territorio disabitato. Nella zona dove in poche settimane hanno costruito l'enorme campo, c'erano villaggi e piccole ma vivaci città commerciali. I Rohingya si sono stabiliti principalmente sulle colline a ovest del mare per proteggersi dalle massicce inondazioni durante la stagione delle piogge. Colline che prima del loro arrivo erano ricoperte da una fitta vegetazione. La necessità di creare spazio per le loro capanne e di procurarsi la legna per cucinare, ha portato i rifugiati rohingya a disboscare gran parte del territorio che li ospita. Ciò ha causato diversi problemi alla popolazione locale. Gli elefanti selvatici che vivono nel bosco, hanno perso la loro protezione e hanno iniziato a spostarsi, capitando anche nei villaggi circostanti dove si sono registrati degli attacchi. Le foreste erano un'importante fonte di reddito per molti abitanti della zona. Le donne in particolare abbattevano gli alberi e vendevano il legno al mercato. Le popolazioni locali non hanno più potuto raccogliere i frutti degli alberi come banane, manghi e noci di cocco, importanti per la loro alimentazione. Inoltre, l'acqua potabile è diventata molto scarsa. In passato, la gente che popola la regione aveva già dovuto scavare molto in profondità per trovare acqua durante le stagioni secche. E con l'arrivo dei rifugiati all'improvviso altre 740.000 persone hanno avuto bisogno di acqua. Nonostante tutte le difficoltà, non ci sono mai stati disordini e scontri con i Rohingya. La popolazione locale sta facendo fronte alla situazione nel miglior modo possibile. Per evitare l'aumento della povertà tra la popolazione locale che vive in una delle zone più povere del Bangladesh, Shushilan, organizzazione partner di Helvetas, ha esteso il suo progetto di coltivazione di ortaggi (vedi testo principale) anche alle comunità che già abitavano il territorio. Ai corsi, le donne bengalesi imparano a coltivare un orto e ricevono un contributo iniziale per l'acquisto del materiale e dei semi. Il progetto ha dunque avuto molto successo anche con la popolazione locale. Molte donne non solo coltivano le verdure per le loro famiglie, ma le vendono anche al mercato insieme ai Rohingya.

Sì, voglio ricostruire!

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Patrick Rohr

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